Archivio mensile:dicembre 2015

La facciata della Chiesa Parrocchiale: un po’ di storia

Il restauro e la pulitura della facciata della nostra chiesa (2011), permettono di procedere con sguardo retrospettivo ad uno degli interventi più significativi che essa ha avuto nello scorso secolo.

Le prime testimonianze sulla chiesa parrocchiale risalgono al 25 marzo 1687 quando il comune rivolse al governo veneto una supplica per la costruzione di una nuova chiesa che sostituisse la vecchia ormai inadatta alla crescente popolazione. Era giovedì 19 novembre 1711 che alla presenza dei deputati del comune e della popolazione tutta, si procedette alla traslazione del SS. Sacramento dalla vecchia alla nuova chiesa parrocchiale.

La facciata si suppone trovi un assetto nelle sue linee fondamentali, già nei decenni successivi e poi attraverso diverse fasi tra il XVIII e XIX secolo. L’intervento di restauro meglio testimoniato è opera degli anni trenta del ‘900 e ne siamo a conoscenza grazie ad un fitto carteggio custodito nell’Archivio Parrocchiale, tra la commissione incaricata del coordinamento dei lavori, le ditte esecutrici e la Reale Sovrintendenza dell’arte medievale e moderna con sede a Milano.

Il prolungamento della chiesa

Il rifacimento della facciata negli anni ’30, si inserisce in un progetto più vasto di ampliamento della chiesa parrocchiale preso in considerazione nei medesimi anni. Alcuni progetti, che necessitano ancora di un attento studio, ci presentano il progetto di prolungamento della chiesa proposto dal geometra Alfredo Marchesi di Brescia. Nel novembre del 1930 don Bettoli probabile insegnante della Scuola Superiore d’Arte Cristiana Beato Angelico di Milano, comunicò per iscritto le proprie osservazioni in particolare considerando tre aspetti: estetico, economico ed utilitario. Secondo don Bettoli una modifica delle proporzioni avrebbe creato una disarmonia estetica nello stile settecentesco. Se una modifica si fosse resa davvero necessaria, (il problema principale era un problema di capienza) un prolungamento avrebbe dovuto avvenire verso la facciata, da ricostruirsi tale quale essa si presentava, in tutti i suoi elementi e particolari decorativi. Nel complesso, tenuto conto anche delle considerazioni economiche e pratiche, don Bettoli non fu completamente favorevole ad un intervento sulla struttura esistente, secondo la maestranza, la necessità di maggiore capienza avrebbe dovuto essere studiata indipendentemente dalla struttura presente.

Accantonato quindi il progetto di prolungamento, la commissione procedette nell’indagine per il rifacimento della facciata. La direzione tecnica dei lavori fu affidata fin dal 1930 al geometra Alfredo Marchesi di via Trento a Brescia, e la commissione delineò, già nei primi mesi del 1931 i termini di assegnazione dei lavori interpellando e mettendo in concorrenza diverse ditte, precisandone le condizioni di fornitura e i termini di consegna. Nel frattempo venne messa a conoscenza anche la reale Sovrintendenza che eseguì un sopralluogo il giorno giovedì 16 aprile 1931.

I lavori

Dal carteggio e da una relazione dimostrativa dell’opera svolta dalla commissione veniamo a conoscenza delle ditte che si aggiudicarono gli interventi sulla facciata:

  • le opere in pietra, ossia il basamento in pietra di Botticino fu commissionato alla ditta Cadei di Sarnico;
  • le opere cementizie (le nicchie, le decorazioni del finestrone centrale, le lesene, i capitelli) eseguiti in cemento bianco e polvere di marmo, vennero affidate alla ditta Sterli & Bonichini di Ospitaletto;
  • le opere murarie invece alla ditta Bianchi e Stefanini.

L’occasione per la spesa del ponteggio che coprì tutta la facciata spinse la commissione a decidere sulla posa nelle apposite nicchie di quattro statue ordinate alla ditta Carlo Comana di Bergamo e, visto l’avanzato stato di deterioramento del finestrone centrale, la sostituzione dello stesso con una vetrata affidata alla Vetreria Artistica Fratelli Marengoni di Brescia. Risulta necessario soffermarsi su queste due ultime opere.

La vetrata

Era il 14 agosto del 1931, quando la commissione interpellò 4 ditte per la fornitura e posa di una vetrata artistica sulla facciata. Il lavoro venne aggiudicato dalla ditta Marengoni che tre giorni dopo fornì il proprio preventivo di spesa per una vetrata istoriata con colori cotti a gran fuoco e legata in piombo, raffigurante, come richiesto dalla commissione stessa, la riproduzione dell’Immacolata Concezione del Murillo, pittore spagnolo operante a Siviglia in pieno Seicento, con una fascia di contorno di 12 cm e quindi una decorazione in sintonia con lo stile della chiesa tale da coprire l’intero vano che misura cm 190×380. il termine di consegna del lavoro venne fissato per il 15 ottobre.

Le statue

Più complessa risultò invece la creazione della quattro statue che riempiono le quattro nicchie della facciata. Il 20 agosto 1931 la commissione comunicò alla ditta Carlo Comana di Bergamo l’affidamento di due statue in pietra corna di Botticino, dell’altezza di mt 2,10 raffiguranti S.Giovanni e S.Marco evangelisti, con i relativi simboli dell’aquila per il primo e del leone per il secondo. Le esigenze della commissione erano precise e dettagliate: in stile settecentesco; i massi di pietra bianca della migliore qualità; lavorate a gradina nei panni e a scalpello nel nudo; la posa dei modelli in gesso sarebbe stata sottoposta al giudizio della commissione e del direttore; il lavoro avrebbe trovato termine entro il 20 ottobre di quell’anno. Un post scrittum nella medesima lettera, abbozza l’idea di dare avvio anche ad altre due statue da porre nelle nicchie inferiori, ma si preferì soprassedere ed attendere i primi due modelli. Già otto giorni dopo, il modello dell’evangelista Giovanni era pronto, e quindi apportate alcune modifiche venne confermato.

L’8 novembre 1931 il parroco Salvi don Rocco a nome della commissione, precisò alla ditta Comana di prestare particolare attenzione (più di quanto non si fosse fatto con le statue di San Giovanni e San Marco) alla rifinitura delle mani e del viso delle due restanti statue di San Luca e San Matteo frattanto ordinate, poiché collocate all’altezza di soli quattro metri dal suolo e quindi ben visibili da tutti. Non fu certamente un’indicazione di poco conto, se un paio di mesi dopo, il 9 gennaio del 1932, la commissione nuovamente insistette affinché si procedesse al rifacimento del viso della statua di San Luca che, si legge, non incontrò il gusto della popolazione. Il 20 gennaio del 1932 un operaio scultore della ditta Comana diede inizio ai ritocchi concludendo l’opera delle quattro statue ancora visibili nelle nicchie delle facciata.

La Sovrintendenza

A questo punto tutta la complessa vicenda sembrerebbe in sostanza conclusa, se non chè il 16 marzo 1932 (a un anno circa dall’ultimo sopralluogo) il Cav. Calzecchi direttore del reparto monumenti della Reale Sovrintendenza dell’arte medievale e moderna di Milano chiese alla commissione un aggiornamento dopo essere “rimasta a lungo tempo priva di notizie”. Il Cav. Tenne a precisare, forse essendone già a conoscenza, che “eventuali lavori eseguito sia all’interno che all’esterno senza autorizzazione sono da considerarsi arbitrari”. La lettera non mancò di destare qualche preoccupazione nella commissione, rintracciabile in un breve scambio epistolare tra i componenti la commissione stessa. Necessaria a questo punto fu una visita del Cav. Calzecchi che con lettera del 21 giugno esprime contrarietà sull’opera compiuta per l’uso di materiali differenti rispetto all’origine: intonaci cementiti al posto dei consueti intonaci a calce e stucco, per le coloriture arbitrarie, per la sostituzione di motivi decorativi. La lettera si fa categorica, “ gli arbitri eseguiti vanno eliminati” : vanno riprodotti gli stucchi antichi nel timpano e nella finestra centrale e nelle nicchie dell’ordine superiore, va ricollocato il tetto a tegole curve sopra il cornicione dell’ordine superiore; va rinnovata la coloritura dell’intera facciata con toni come da successive disposizioni. La lettera inoltre fa riferimento all’esistenza di una fotografia che attesta la facciata prima dei lavori eseguita dalla Fototecnica Moderna di corso Magenta 25 a Brescia e due copie della facciata dopo i lavori. Con lettera del 30 giugno 1932 la commissione cercò di dare spiegazione degli interventi effettuati nati dalla necessità di non eseguire dei rattoppi sull’esistente; sull’utilizzo di materiali preventivamente accordati e nel non aver eseguito nessun tipo di coloritura. Alla stessa vennero allegate le fotografie richieste.

Queste prime tre lettere danno inizio ad un nutrito carteggio che vedrà coinvolto, oltre alla Prefettura bresciana, anche il podestà di Ospitaletto commendator Federico Serlini, che sembra rivestire un ruolo di non poco conto nella controversia. Le parti fissarono il 31 dicembre 1933 come termine per le modifiche richieste dalla sovrintendenza. Il I ottobre 1933, a circa un anno dalle ultime lettere, il geometra Marchesi portò a conoscenza un preventivo di spesa delle opere da eseguirsi. L’avanzata stagione permise la richiesta di una proroga della scadenza fissata. I lavori ebbero inizio il 25 luglio 1934 (giorno di San Giacomo!) alle ore 11.30 e pochi giorni dopo il 6 agosto, alla presenza di un dipendente della sovrintendenza, si provarono le tinte per la facciata. Andrea Pillera eseguì la tinteggiatura della facciata “a 3 tinte con spugnatura e fissatura”.

Il carteggio termina il I settembre 1934, con una lettera del sig. Bianchi Giacomo, fornitore dei ponteggi, all’Istituto Nazionale Assicurazione Infortuni, al fine di concedere una proroga della polizza assicurativa sul ponteggio poiché la Reale Sovrintendenza aveva dato ordine di interrompere i lavori fino a data imprecisata.

I documenti in nostro possesso, da un punto di vista archivistico, si presentano come un fascicolo fin dall’inizio ben ordinato, con particolare cura nella creazione di sottofascicoli che raccolgono scambi epistolari con precisi destinatari. Viene posta da parte di coloro che a suo tempo raccolsero e conservarono tali documenti, particolare attenzione a dare nota di tutti i passaggi di un determinato procedimento, annotando decisioni, copiando minute, riportando scambi orali. Fin dall’inizio c’è la coscienza di dover procedere con ordine alla conservazione di tutto il materiale. Risulta inoltre chiara la rapidità di esecuzione con la quale si procede al rifacimento della facciata, (dall’aprile del 1931 al febbraio del 1932) rispetto al periodo successivo necessario, dopo le indicazioni della Sovrintendenza al ripristino della facciata (circa due anni senza giungere peraltro ad avere una conclusione chiara dell’accaduto). Questo certamente indica la sorpresa che colse la commissione nel momento in cui la Sovrintendenza contestò l’esecuzione fatta, indica anche lo sforzo economico che stava diventando davvero insostenibile per le casse parrocchiali che già avevano attinto dalle offerte oltre che della comunità anche di alcuni istituti bancari. Dal carteggio emerge la figura dell’allora podestà che entrò nella vicenda ponendosi, su richiesta della Prefettura di Brescia, come interlocutore privilegiato tra le parti. Dal 19 settembre del 1932 infatti la corrispondenza da e per la Sovrintendenza passerà dalle mani del commendator Serlini nella sua figura istituzionale di podestà.

Attenendoci alle sole carte esistenti è impossibile una ricostruzione storica precisa di ciò che avvenne in seguito, infatti come ricordato il carteggio termina nel settembre del 1934, sarà necessario quindi procedere (speriamo in un prossimo articolo) nel confronto dettagliato, con l’ausilio di fotografie e del restauro tutt’ora in atto, dei vari passaggi accennati in precedenza: 1930 vecchia facciata; 1932 rifacimento della facciata; 1934 o 1935 ripristino come richiesto dalla Sovrintendenza. Solo un confronto di questo tipo ci permetterà di chiarire quanto accaduto immediatamente dopo la sospensione dei lavori nel settembre del 1934.

Le fonti documentarie

Gli ultimi studi condotti sulla chiesa in occasione della pubblicazione del volume “Il patrimonio artistico di Ospitaletto” nel 1994, utile e prezioso per una recensione di ogni singolo componente della chiesa, nella parte generale evidenziano come uniche testimonianze disponibili in quel momento sulla facciata della chiesa prima del 1930, due indicazioni: uno scorcio del quadro dell’Ariassi del 1895 tutt’ora conservato nella casa canonica e una fotografia tratta da “Illustrazione Bresciana” (anno 6 , numero 95) del 1° agosto 1907. Allo stato attuale, le ricerche hanno permesso di scoprire ben altre quattro fotografie e un prospetto raffiguranti la facciata prima del 1930 e grazie all’interessamento della Sovrintendenza di Brescia, il recupero di una delle due foto della facciata tra il 1932 il 1934. Infatti come già ricordavamo, nel carteggio conservato in Archivio Parrocchiale, tra la Commissione incaricata del rifacimento della facciata e la Sovrintendenza che all’ora aveva sede a Milano, c’è un documento che la commissione invia alla Sovrintendenza datato 30 giugno 1932 nel quale si legge: “Come da vostro desiderio accludiamo la copia della fotografia della facciata preesistente mentre facciamo presente che per la nuova facciata non sono state eseguite ancora fotografie” questa frase dattiloscritta viene corretta a mano cancellando la seconda parte (da “mentre” fino alla fine) e sempre a mano viene aggiunto: “ e due copie della stessa dopo i lavori”. Ora il ritrovamento di questa fotografia permette un corretto confronto tra tre moduli diversi: prima del 1930; dal 1932 al 1934; e dopo il 1934 ossia in sostanza l’attuale facciata. Quindi possediamo un elemento aggiuntivo che colloca il confronto in un’ottica completamente diversa da quella affrontata fino a questo punto. Infatti i confronti instaurati fino ad ora facevano notare la sostanziale continuità tra il prima e il dopo, escludendo quell’intermezzo di due anni che in realtà rappresenta la vera espressione di coloro che (Geometra e Commissione per il rifacimento) diedero l’avvio al rifacimento della facciata nel 1930.

Delle quattro fotografie ritrovate, pubblichiamo qui una delle più nitide che permette di porre in evidenza alcune caratteristiche. Questa fotografia è databile dopo il 1906 infatti è assente la torre campanaria che si ergeva di fronte alla chiesa ed è già ultimato il campanile, completo di ogni suo elemento. La fotografia 1A raffigura il prospetto della chiesa elaborato dal Geometra Marchesi (allora direttore dei lavori) così come si presentava nel 1930. La seconda fotografia (quella recuperata presso gli archivi della Sovrintendenza) va collocata nell’estate del 1932 ( le persone raffigurate sembra portino ancora indumenti leggeri) certamente non prima del 30 giugno come ci testimonia la lettera spiegata sopra. La terza è l’attuale facciata dopo i restauri dei mesi precedenti.

La facciata

Da un confronto a prima vista delle tre fotografie si coglie che strutturalmente la chiesa non subisce grossi stravolgimenti, essa infatti mantiene una tripartizione orizzontale scandita da due fasce di cornici e una tripartizione verticale data dalle lesene che dal basso si innalzano verso l’alto.

Caratteristiche dell’attuale facciata

La facciata si distingue sporgendo verso l’esterno dalle due ali laterali che con la loro cornice ribassata caratterizzano le pareti a lato della chiesa. La facciata è suddivisa in due ordini distinti uno inferiore e uno superiore divisi da una trabeazione che si arricchisce con modanature e rosette. E’ scandita da doppie lesene che poggiando su uno zoccolo in marmo e si innalzano verso l’alto interrotte da capitelli di ordine corinzio con delle foglie di acanto in bella vista. Le quattro nicchie disposte nelle fasce laterali, con una lunetta a tutto sesto quelle inferiori e con una architrave leggermente flessa quelle superiori, accolgono quattro statue che raffigurano i quattro evangelisti con i relativi simboli: San Marco con il leone, San Giovanni con l’aquila, San Matteo con l’angelo e San Luca con il bue. Il portale settecentesco è sorretto da colonnette spigolose, con un elemento decorativo al centro che raffigura il Sacro Cuore dal quale partono raggi verso l’esterno. Sul cartiglio appeso all’architrave si legge: “Inebriabuntur ab ubertate domus tue. MDCCXIX”. La vetrata centrale rappresenta l’immagine della Madonna Immacolata e la cornice che la contorna è decorata da festoni con fronde, foglie e frutti e sovrastata da un’iscrizione: “Alla gran Madre di Dio nel XV centenario del Concilio di Efeso” . Infine nel frontone triangolare è presente un ornamento, che sotto il movimento delle innumerevoli volute tende a ripiegare su se stesso ospitando la scritta “D.O.M.”. Anche nella placchetta al centro della croce posta sopra il frontone ritroviamo l’immagine del Sacro Cuore irraggiante.

Le iscrizioni

La prima dal basso è posta sul portale (“Inebriabuntur…”) “Si inebrieranno dell’abbondanza della tua casa. 1719” così la traduce mons. Gatti nell’opuscolo che pubblica nel sessantesimo di sacerdozio.

La frase ripresa dal salmo 36 al versetto 9, è seguita dalla data che ci testimonia il termine entro il quale il portale è stato completato nelle sue linee essenziali.

La seconda posta nel cartiglio sopra la vetrata ricorda un fatto ben preciso: il concilio di Efeso. Prima dei restauri risultava quasi impossibile la lettura infatti l’iscrizione si presentava come nella figura 4, elaborata per permettere un’accentuazione dei contrasti. Leggibile risulta la scritta “MADRE DI DIO……ENARIO…..FE….O”, sufficiente per uno storico come Mons. Fappani per   leggervi appunto un omaggio al concilio di Efeso celebrato nel 431 e che viene ricordato nel quindicesimo centenario (1931) anno in cui si procede al rifacimento della facciata e alla collocazione della vetrata del Murillo raffigurante l’Immacolata Concezione. Il Concilio di Efeso infatti nell’affermare la natura umana di Cristo contestata dall’eresia di Nestorio, si sofferma sulla definizione di Maria quale Madre di Dio.

La terza “D.O.M.” si ritrova spesso sulle facciate di questo periodo ed è un omaggio a Dio ottimo e massimo.

Tentativo di comparazione

A questo punto possiamo tentare una comparazione fra le tre diverse facciate che le fotografie ci presentano. Nella prima fotografia e nel prospetto del geometra Marchesi, risulta evidente la mancanza di due statue nell’ordine inferiore. Infatti, come già indicato nell’articolo precedente, le quattro statue presenti nell’attuale facciata raffiguranti gli evangelisti, vengono commissionate dalla Commissione per il rifacimento della facciata negli anni trenta, sostituendo quindi le due statue che erano collocate nel registro superiore. Dalle fotografie in nostro possesso non è possibile capire con precisione i santi raffigurati e il carteggio non ci aiuta poiché non cita mai queste due statue.

Se osserviamo attentamente le due cornici orizzontali che scandiscono i piani della facciata, notiamo che ci sono una serie di tegole che formano un tetto spiovente presente anche nella cornice delle ali laterali. Nel rifacimento del 1932 le tegole scompaiono e non vengono reintegrate, infatti anche nell’attuale esse non esistono. L’uso di tegole in facciata non è un elemento che si riscontra spesso, possiamo pensare ad una motivazione pratica quale l’esigenza di difendere dalla corrosione la cornice sporgente.

Un altro elemento che presente nella primitiva facciata, viene alterato nella seconda e non reintegrato è la posizione delle nicchie superiori. Infatti, se nella foto 1 le nicchie si allineano all’ornamento della vetrata dall’alto, nei lavori di restauro le nicchie vengono abbassate portando al medesimo livello le tre mensole. Una terza aggiunta è data da una ulteriore cornice addossata alla parte interna delle lesene centrali, che viene poi ripresa nell’ordine superiore creando un sovrapposizione di piani. Infatti quel terzo movimento addossato agli altri due creati dal fascio di lesene, altera il gioco prospettico complicandolo.

Fin qui gli elementi che già era possibile scorgere confrontando il materiale già in nostro possesso.

L’osservazione della foto 2, cioè la facciata tra il 1932 e il 1934 notiamo altri tre elementi che vengono in seguito reitegrati dandoci la facciata che siamo soliti ammirare. L’ornamento laterale della vetrata scompare, infatti sono ben visibili due colonnette lineari addossate alla cornice con un leggero capitello che nelle forme richiama quelli già esistenti. Nell’attuale viene rifatto l’ornamento riprendendo la forma delle volute esistenti e il fascio di fiori e frutti che pendono dall’alto. Anche l’ornamento all’interno del frontone cambia profondamente. Sparisce il ricco e suntuoso stucco lasciando spazio ad un semplice cartiglio e compaiono due piccole lesene che fungono da prolungamento di quelle sottostanti.

…correva il giorno 19 novembre 1711!

La testimonianza che ci ha permesso nel 2011 di celebrare i 300 anni della nostra chiesa è anch’essa conservata, come altre considerate in questi articoli, all’interno del Liber Iurium che più volte abbiamo citato. Alla carta 220 recto, subito dopo il ricordo della posa della prima pietra è riportata la seguente annotazione:
“19 novembre 1711. Memoria del giorno in cui si diede principio a dir messa in chiesa nuova. Essendo statto fabricato la Nova Chiesa dalle elemosine racolte dalla carita e devottione de fedeli, et il giorno sudetto fu fatta benedittione di detta Nova Chiesa per il reverendo signor don Stefano Bianchi arciprete, et levato il Santissimo Sacramento dalla Chiesa Vecchia, et portato in detta Chiesa Nova in processione solenne presente tutto il Commune e molti altri con grande festa se bene era giorno di giovedì che non correva festa di precetto fù fatto grande solennità con sbari di mortari et messa solenne con musicha con grande allegrezza di tutto il popolo”.

Quanto ci viene tramandato è lo spaccato di un momento importante per la comunità di allora: tutta la comunità si riunisce attorno al proprio parroco e compie un gesto religioso che da quel momento in poi fisserà il luogo della nuova chiesa parrocchiale. Si preleva il Santissimo Sacramento dalla vecchia chiesa che, come più volte ricordato si trovava in piazza Roma all’angolo dell’attuale Banca, e lo si porta nella nuova chiesa. In quell’occasione la comunità festeggia con alcuni elementi propri delle grandi feste: la musica e i fuochi d’artificio. È opportuno precisare che l’atto compiuto non corrisponde alla consacrazione della chiesa nuova poiché la medesima prevederebbe un rituale molto complesso e soprattutto la presenza del vescovo che in questo contesto non viene menzionato. Un altro elemento non secondario nella ricorrenza è il giorno: 19 novembre, giovedì. Il cronista sottolinea il fatto che quel giorno di festa non cadeva, come sarebbe più opportuno, in domenica o in una solennità (che sarebbe quindi festa di precetto) ma in un giorno infrasettimanale.

Se con attenzione andiamo a leggere le relazioni che i vari parroci consegnano ai vescovi durante le visite pastorali, scorgiamo che nella visita del vescovo Marco Morosini del 4 settembre 1648, l’allora don Giovanni Maria Mosconi, parroco dal 1624 su proposta del signor Camillo Aleni (erede della famiglia Aleni che ancora in quell’anno deteneva il giuspatronato sulla chiesa parrocchiale), dichiara che la chiesa (e naturalmente fa riferimento alla vecchia parrocchiale) è consacrata e che l’anniversario è fissato al 19 novembre. Anche don Giuseppe Stancari di Rovato parroco dal 1655, nella visita pastorale del cardinale Pietro Ottoboni dell’8 dicembre 1656, usando le medesime parole del suo predecessore dichiara che il giorno dell’anniversario della consacrazione è il 19 novembre. È molto probabile che don Giuseppe Stancari conoscesse la relazione di don Mosconi poiché le parole che vengono utilizzate sono molto simili e in alcuni casi sono riportate intere frasi. Una terza testimonianza ci è data nel 1693 nella visita pastorale del vescovo Bartolomeo Gradenigo, il parroco nobile Altobello Cavalli scrive: “ la chiesa parrocchiale è sotto l’invocazione di santo Giacomo Apostolo, fu consacrata l’anno 1564, li 19 novembre”.

È chiaro, considerate le puntualizzazioni effettuate dai vari parroci in momenti diversi, che la data del 19 novembre, “se bene era giorno di giovedì che non correva festa di precetto”, portava con sé un significato molto importante dal punto di vista religioso poiché si tramandava che in quel giorno la vecchia chiesa, nell’ormai lontano 1564, era stata consacrata. La lapide in piazza Roma ci ricorda effettivamente quell’anno pur non riportandoci il giorno.
La motivazione di tale data può però essere solo ed esclusivamente di carattere religioso? Probabilmente, anche alla luce della lunga controversia che a partire dal 1724 vedrà contrapporsi la comunità di Ospitaletto agli eredi della famiglia Aleni, accanto agli aspetti religiosi possiamo rintracciare anche delle implicazioni sociali non indifferenti.

La controversia del 1724 per l’elezione del nuovo parroco

Nel 1685, anno in cui si pose la prima pietra della nuova chiesa, era parroco ad Ospitaletto don Bernardino Olmo che vi rimase fino al 1692 divenendo poi arciprete a Capriano. Gli succedette il nobile Altobello Cavalli per soli tre anni, anch’egli poi passò come arciprete della chiesa di Santa Maria in Calchera a Brescia. Dopo questa breve permanenza ad Ospitaletto giunse don Stefano Bianchi di Rovato dottore in teologia che portò a termine la costruzione della parrocchiale: lo troviamo infatti citato nel Liber Iurium presente alla celebrazione che darà l’avvio all’utilizzo della nuova chiesa. Don Stefano Bianchi rimase ad Ospitaletto fino al maggio del 1724 ed è proprio in quest’anno che si colloca l’inizio della controversia che vide fronteggiarsi la comunità di Ospitaletto e le famiglie nobili eredi degli Aleni.

In occasione della nomina del nuovo parroco si presentarono alcuni nobili bresciani che appellandosi al giuspatronato loro trasmesso dagli eredi della famiglia Aleni, proposero don Francesco Garbelli escludendo da tale elezione la partecipazione della comunità di Ospitaletto.

Dobbiamo innanzi tutto ricordare che nel frattempo la vecchia chiesa (sulla quale si fondava l’antico patronato degli Aleni) era da tempo stata abbandonata in favore della nuova chiesa che certamente a partire dal 1711 svolgeva le funzioni proprie di chiesa parrocchiale e che, come abbiamo già ricordato, era stata costruita con il contributo delle elemosine e della carità dei fedeli.

Il contenzioso che si aprì nel 1724 portava con sé questi elementi: da un lato i discendenti degli Aleni che in virtù del patronato arrogavano a sé il diritto di nomina del nuovo parroco e dall’altro la comunità che forte dell’aver costruito la propria chiesa reclamava con vigore la possibilità di eleggere il proprio parroco svincolandosi definitivamente dalla tutela degli eredi degli Aleni.

Dopo alcuni interventi della curia di Brescia inizialmente contrarie alle posizioni del comune, il 18 aprile 1725 le autorità venete, “ in Piem Collegio, uditi gl’intervenienti della fedelissima Comunità dell’Ospedaletto” ribadirono l’estinzione del giuspatronato degli Aleni e l’indipendenza della nuova chiesa “stante l’estinzione della discendenza mascolina Alenis e stante la fabbrica della nuova chiesa, dà fondamenti construtta senz’alcun aggravio della parte aversa, sopra fondo della Comunità istante” cosicché non vi era “ragione per impedire alla fedelissima Comunità suddetta l’uso della propria giustizia in questo libero benefizio per ottenere a sé stessa il Patronato”. La decisione del governo veneto veniva poi ribadita a comunicata alla vicinìa di Ospitaletto dal vescovo di Brescia card. Marco Morosini il 13 aprile 1726.

La vicinìa, come già ricordato, era il corpo elettorale composto dai capifamiglia della comunità che si radunava almeno una volta all’anno (generalmente nella chiesa essendo l’edificio più ampio dell’intero territorio), per l’elezione dei reggitori del comune e in altre occasioni importanti tra le quali appunto l’elezione del parroco. Presso l’Archivio di Stato di Brescia (Territori ex veneto, busta 549) sono conservati due fascicoletti che illustrano i fatti accaduti in seguito per la nomina del nuovo parroco. In questi fascicoletti viene trascritto il verbale redatto dal Cancelliere della Comunità dell’Ospedaletto Gio Paulo Torre, così come si presentava nell’originale Libro dei consigli di cui non risulta che sia giunto fino a noi nella forma originale. Il 24 aprile del 1726 alla riunione della vicinìa erano presenti 190 consiglieri chiamati ad eleggere il nuovo parroco, i candidati erano tre: don Marcantonio Lando che ricevette 169 voti favorevoli e 16 contrari, don Giovanni Zino già coadiutore di don Stefano Bianchi che ricevette 121 voti favorevoli e 64 contrari ed infine don Pietro Tonelli che ricevette 66 voti favorevoli e 119 contrari. Dall’elezione risultava quindi eletto don Marcantonio Lando. Don Zino, scontento dell’esito delle votazioni, si appellò al Consiglio Serenissimo di Venezia, portando quindi la vicinìa a nuove elezioni questa volta direttamente dinnanzi al Capitano di Brescia: erano presenti 192 consiglieri della vicinìa che elessero parroco don Giovanni Zino. La controversia si riaccese con rinnovata fierezza nuovamente nel 1731 a tal punto che il Capitano dovette constatare come “i giovani vanno facendo …col dire che il principe deve comandare in Venezia e vostra eccellenza in Brescia e che lor vogliono comandare in questa terra et che vogliono fare a loro piacere”. La comunità di Ospitaletto era fortemente decisa a procedere liberamente all’elezione del proprio parroco. Il 23 aprile 1733 il Capitano di Brescia avvertiva i sindaci di Ospitaletto che il 26 aprile si sarebbe tenuta l’elezione del parroco alla presenza del Capitano stesso. I candidati erano otto, ma la votazione si concentrò su don Angelo Guarneri e don Giovanni Zino. Da una relazione del 30 aprile si apprende che l’elezione svoltasi pacificamente, elesse don Angelo Guarneri.

A quel tempo la nomina di un parroco era molto differente rispetto ad oggi. Il concilio di Trento prevedeva infatti che una volta resasi vacante una sede parrocchiale, il vescovo avrebbe proceduto con l’indizione di un concorso al quale potevano partecipare tutti i sacerdoti in possesso di determinati requisiti. Il concorso consisteva in un vero e proprio esame necessario per accertare le competenze del candidato. Nei casi in cui, come ad Ospitaletto, la nomina del parroco dipendeva dall’ elezione di una comunità, il neo eletto avrebbe comunque dovuto sostenere un esame in curia. Così avvenne anche per don Angelo Bianchi che per ben due volte non venne ritenuto idoneo. Ancora una volta la comunità di Ospitaletto restava senza parroco.

Solo il 22 novembre 1733, in una nuova elezione, la vicinìa elesse don Giovanni Maestrini già curato di Maclodio che superato il concorso in curia venne confermato come parroco a Ospitaletto e vi rimase fino al marzo del 1736 anno della sua morte.

Bartolomeo Spas capomastro

“25 luglio 1687. Memoria della prima pietra messa nel fondamento della fabrica della nova chiesa posta per il reverendo signor Bernardino Olmo arciprete dall’illustrissimo signor Antonio Gambara deputato et Giovanni Battista Lando et Giovanni Battista Caglio altri deputati della suddetta fabrica et maestro Bartolomeo Spas capo mastro di detta fabrica. Fatto la processione solemne, benedittione del loco con tutte le solemnità presenti tutto il Comune e molti altri”.

Così alla carta 220 del nostro Liber Iurium, il cronista ricorda il giorno in cui la comunità di Ospitaletto, ricevuta l’autorizzazione dall’autorità veneta per la costruzione della nuova chiesa, si appresta a deporre la prima pietra nelle fondamenta del nuovo edificio alla presenza dell’arciprete, dei deputati della fabbrica e dei rappresentanti del comune. Ci preme sottolineare due aspetti. La data non è certamente casuale: il 25 luglio, giorno nel quale la chiesa fa memoria di san Giacomo Maggiore, patrono di Ospitaletto, la comunità decide di procedere alla posa della prima pietra quasi a sottolineare la conferma nella protezione del santo in questo atto così solenne. L’altro aspetto sul quale è importante soffermarsi è certamente il nome del capomastro: Bartolomeo Spas. Allo stato attuale delle ricerche, nei documenti presenti nell’archivio parrocchiale, questa è l’unica volta nella quale compare il nome di colui che a ragione può essere indicato come l’architetto della nostra chiesa. Poco o quasi nulla si conosce di questo personaggio. Non esiste, allo stato attuale, una biografia che illustri l’operato di questo capomastro, possiamo comunque passare in rassegna alcune notizie anche solo per creare il contesto dell’esperienza di Bartolomeo Spas.

Nelle poche informazioni fino ad ora raccolte Bartolomeo compare sempre come Spazzi o in rarissimi casi come Spatti. Sicuramente Spas doveva essere una forma dialettizzata del suo cognome. Una prima notizia rinvenuta è che Bartolomeo è imparentato con un certo Bartolomeo Carloni, decoratore, nato a Scaria in Val d’Intelvi nel 1650 e morto sempre a Scaria nel 1724. La famiglia dei Carloni si suddivide in vari rami e tutti sono originari della Val d’Intelvi: una valle posta tra il lago di Como e il lago di Lugano nella quale per secoli si sono formate generazioni di stuccatori, capomastri, decoratori e pittori che prestarono la loro opera in tutta l’Italia settentrionale e nell’arco alpino spingendosi fino in Ungheria. Bartolomeo Spazzi sposa la sorella di Bartolomeo Carloni, Marianna Margherita Carloni. A Bartolomeo e Margherita verranno affidati due nipoti in seguito alla prematura morte del padre: di questi Domenico frequenterà per due anni un accademia pittorica a Brescia.

Bartolomeo Spazzi compare inoltre nel 1720 a fianco dell’architetto Giorgio Massari, spesso assente, nella costruzione della chiesa della Pace a Brescia e nel 1731 verrà sostituito alla direzione del cantiere da Giacomo Scalvi. Lo stesso Bartolomeo è impegnato nella costruzione fin dal 1682 della chiesa di Castegnato accanto a Antonio Spazzi attivissimo architetto comasco che tra la fine del Seicento e gli anni cinquanta del Settecento interviene nella costruzione di numerose chiese del bresciano (Bedizzole, Torri del Benaco, Ceto, Masciaga, Salò, Manerba del Garda, Zone, Magno, Bovegno, Bornato, Malegno). Al momento non ci è ancora dato di ricostruire il grado di parentela dei due, infatti in alcuni casi vengono citati come Antonio, padre di Bartolomeo, in realtà le date non permettono questo tipo di ipotesi; forse nemmeno fratelli in quanto Bartolomeo sembrerebbe figlio di Francesco mentre Antonio figlio di Carlo.

Un ultimo elemento che ci fa supporre nella presenza di maestranze intelvesi nella costruzione e decorazione della nostra chiesa è dato dall’attribuzione del paliotto dell’altare della Natività nel quale è raffigurata la Madonna di Caravaggio. Nella decorazione di questo paliotto infatti viene utilizzata una particolare tecnica detta scagliola policroma che ad imitazione della tarsia marmorea utilizza gesso unito a collanti organici e pigmenti colorati a base di pietre macinate. Proprio in Val d’Intelvi tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Settecento si venivano formando alcune famiglie che svilupparono l’invenzione della scagliola in particolare nella produzione di paliotti e tabernacoli.

Dal 1685 al 1687

Verso la fine del Seicento la vecchia chiesa, già ampliata e restaurata da parte della famigli Aleni, risultava essere troppo piccola per le esigenze della popolazione di Ospitaletto, a tal punto che nel 1685 la comunità indirizzava una supplica al governo veneziano per poter dare inizio alla costruzione di una nuova chiesa.

Di seguito riportiamo la trascrizione completa di questo documento che ritroviamo alla carta 219 recto del Liber Iurium già più volte ricordato e conservato presso l’archivio parrocchiale.

“Constretta dalla necessità e condotta dalla devottione cristiana la povera Comunità del Hospedaletto territorio bresciano s’humiglia al trono di Vostra Serenità umilmente suplicandola permetterle di puoter fabricar una chiesa nova in essa terra che sia capace di quei numerosi habitanti de quali hora non può, nelle orattioni d’udire la santa messa, le prediche et altri divini offitii, nella chiesa antica stare a pena la mettà, oltre il concorso di molte persone delle terre circonvicine d’altri, che convengono d’abandonar li cristiani pii essercitii o starsene in strada fori dalle porte di essa chiesa esposti a l’intemperie dell’arie alle perturbazioni de passeggieri con puoco decoro verso il culto divino et con quel evidente pericolo de scandali anco molte volte succeduti, che ben può comprendere l’alta prudenza di Vostra Serenità. L’antica si rende impraticabile oltre l’angustia della medesima anco per il fettore che tramandano le molte sepolture, né si può applicar alla sua restaurattione o dilattatione, essendo situata per l’una parte vicino alla strada regale et per l’altra ad un fondo paludoso, e oscura e per l’antichità hormai fatta logora e cadente , si rende indecorosa a divini offitii. La nova chiesa quando così piacerà a Vostra Serenità sarà dichiarata la parochiale e l’antica, sino piacerà a Dio che non cada, servirà o per cemiterio o per la reduttione delle donne in tempo della dotrina cristiana. Sarà puoco il sito doverà ocuparsi per la nova; sarà questa construtta non a spese del Comune, ma con elemosine a questo effetto già racolte dalla devottione e pietà di quel puopolo che umilmente la Serenità Vostra della grattia qual servirà ad honore del signor Dio, cui porgeranno quei fedelissimi sudditi, servi divoti, per l’esaltattione et dilattatione sempre maggiore del suo senza paragone augustissimo gloriosissimo trionfante impero”

La supplica è datata 25 marzo 1685.

Oltre all’aumento della popolazione e più in generale della numerosa partecipazione dei fedeli spesso provenienti da fuori paese, anche il disagio provocato dalle ristrettezze della chiesa e dai fetori che provenivano dal vicino cimitero sono le cause principali che spinsero la comunità di Ospitaletto a richiedere la concessione all’autorità veneziana per la costruzione di un nuovo edificio. L’ubicazione della vecchia chiesa, posta tra un terreno paludoso e la strada principale, non permetteva ulteriori ampliamenti. La nuova chiesa, secondo quanto riferito, avrebbe dovuto occupare uno spazio ridotto e sarebbe stata costruita non a spese del Comune ma grazie alle offerte raccolte dai fedeli stessi.

All’interno della supplica risulta fondamentale un passaggio che sarà determinante anche per gli eventi successivi: “la nova chiesa…sarà dichiarata la parochiale”. La comunità chiede esplicitamente che la nuova chiesa sostituisca la vecchia nel suo ruolo di chiesa parrocchiale. Tale richiesta portava con sé una prerogativa fondamentale ossia la possibilità che la comunità di Ospitaletto potesse in qualche modo scegliere il proprio parroco. Se, come indicato nell’articolo precedente, la nobile famiglia Aleni aveva ottenuto il giuspatronato sulla chiesa antica promettendo il restauro della medesima, allo stesso modo ora la comunità facendo propria la costruzione della nuova, arrogava a sé lo “ius presentandi” ossia il diritto di presentare al vescovo diocesano il proprio parroco, togliendo tale diritto agli eredi della famiglia Aleni. In realtà la questione si rivelerà molto complessa, infatti sarà solo nel 1724 che questa lunga controversia troverà una prima soluzione. Sta di fatto che fin dall’inizio la comunità ritiene essenziale che la costruzione della chiesa avvenga con le sole elemosine della gente, senza quindi il concorso di famiglie nobili, per assicurarsi la necessaria indipendenza nella scelta del proprio pastore. Alcune indicazioni poste a margine del foglio fanno presupporre che questa non fu l’unica richiesta che la comunità inoltrò al governo veneziano.

A distanza di due anni Marco Antonio Giustiniano, doge di Venezia, per mezzo dei rettori di Brescia Paolo Bernardo e Domenico Bragadeno, il 23 aprile 1687 faceva pervenire alla comunità di Ospitaletto il decreto nel quale autorizzava la costruzione della nuova chiesa. Tale decreto venne interamente trascritto nel verso della carta 219 del Liber Iurium. Dopo l’introduzione di rito, l’autorità, riconosciute le ragioni addotte nella lettera di supplica, concedeva la costruzione della nuova chiesa: “per bigninità di questo Consiglio, sia permesso alla Comunità suddetta di fabricar in essa una nuova chiesa”.

Di lì a pochi mesi e precisamente il 25 luglio 1687 memoria di San Giacomo, nel Liber Iurium ritroviamo la testimonianza della posa della prima pietra.

Il primo secolo di vita della nostra Parrocchia

L’evoluzione storico-istituzionale della chiesa di Ospitaletto, trova un primo momento di compimento tra il XIV e il XV secolo, quando per un fenomeno più ampio che coinvolge l’intero territorio rurale lombardo, cappelle ed oratori si enucleano e si distinguono rispetto a chiese principali denominate pievi.

La chiesa di Ospitaletto in questo periodo assume maggiore autonomia rispetto alla pieve di Bornato e si struttura come territorio parrocchiale con una chiesa e con un prete stabile. Il parroco della chiesa inizialmente chiamato rettore, era proposto dal monastero di San Faustino che sulla chiesa di Ospitaletto deteneva il “diritto di patronato” o “giuspatronato”. Lo jus patronatus era un diritto concesso ad una famiglia nobile o a un entità religiosa (monastero) o ad una comunità di fedeli (patronato popolare o comunale) e consisteva nella facoltà di presentare un sacerdote a svolgere un determinato ufficio ecclesiastico. Inoltre il patrono si preoccupava di “dotare” il nuovo provvisto di una serie di beni mobili e immobili necessari al suo sostentamento e generalmente provvedeva anche alla manutenzione della chiesa o dell’altare oggetto del patronato.

Nel 1492, secondo quanto riporta mons. Paolo Guerrini, sacerdote e storico bresciano, il canonico della cattedrale Filippo Schilini commendatario del beneficio della chiesa di San Giacomo, lo cede al nuovo rettore don Angelo Caglio di Ospitaletto che viene considerato il primo parroco.

Nel 1532 come riportato dal catalogo dei benefici custodito presso la Biblioteca Queriniana di Brescia, la chiesa parrocchiale di San Giacomo hospitale ducis è tenuta dal sacerdote Franciscus de Monte claro nominato dall’abate di San Faustino Maggiore.

Nel Liber Iurium (registro cartaceo della seconda metà del 500 nel quale sono trascritte una serie di privilegi, suppliche, sentenze riguardanti la comunità di Ospitaletto) conservato nell’archivio della parrocchia, è interamente trascritto un instrumentum notarile datato 12 aprile 1553 relativo alla concessione da parte del vescovo di Brescia Durante Duranti del giuspatronato sull’antica chiesa parrocchiale alla nobile famiglia Aleni. La concessione del giuspatronato ad Agostino Aleni assicurava la trasmissione ereditaria del beneficio (ossia dei beni mobili e immobili legati alla chiesa e necessari anche al sostentamento del sacerdote) di cui era già in possesso il fratello Paolo dal 1533 e soprattutto il diritto di nomina dei parroci che avrebbero assunto in seguito la cura d’anime della parrocchia. In cambio il patrono si sarebbe impegnato nella riparazione della casa del sacerdote e della chiesa che, come riferisce l’instrumentum, si trovava in condizioni fatiscenti.

Paolo Aleni, di nobile famiglia originario di Bottenago in Valtenesi, un ramo della quale si era trasferito ad Ospitaletto, era dottore in iuris utriusque, cioè sia in diritto civile che canonico. Ebbe diversi incarichi ecclesiastici: già canonico della cattedrale di Brescia e parroco di Ospitaletto, accompagnò a Roma il vescovo di Brescia Andrea Corner; nel 1552 fu nominato vicario generale del vescovo di Verona Luigi Lippomano ed in seguito vicario generale del vescovo di Brescia Domenico Bollani. Resse la diocesi durante il periodo di assenza del vescovo impegnato nelle sessioni del concilio di Trento. Proprio in ottemperanza alle disposizioni del concilio che vietavano l’accumulo dei benefici ecclesiastici, rinunciò a quello di Ospitaletto nel 1556. Morì il 5 maggio 1572 e fu sepolto nel Duomo Vecchio di Brescia dove una lapide lo ricorda.

Ancora oggi abbiamo testimonianza della sua presenza ad Ospitaletto attraverso due iscrizioni murarie: la prima che funge da architrave al portale sinistro della attuale chiesa parrocchiale e la seconda murata sulla facciata del Credito Bergamasco in piazza Roma.

Nella prima vengono riportati in forma abbreviata i titoli di Paolo Aleni: “Paolo Aleni canonico di Brescia e dottore in tutti e due i diritti” (civile ed ecclesiastico) mentre la seconda, molto probabilmente collocata nel 1677 durante la visita pastorale del vescovo Marino Zorzi, tradotta recita: “Questa chiesa parrocchiale, che è giuspatronato del signor Agostino e dei suoi eredi della famiglia degli Aleni, fu ricostruita, ampliata rispetto alla precedente nell’anno del Signore 1556 e consacrata nel 1564, mentre era parroco il reverendo signore Paolo Aleni, canonico e vicario generale della diocesi di Brescia”.

Gli eredi della famiglia degli Aleni mantennero il giuspatronato fino al 1726.

Gli artisti

Abbiamo incontrato gli artisti di Ospitaletto che hanno accettato di produrre un’opera che sarà esposta negli esercizi che si renderanno disponibili, sul tema della Missione, dell’incontro e della fratellanza.

Cosa andremo a dire?

L’intento sarà quello di divulgare che NOI ci siamo, che a Ospitaletto è presente una comunità che ha a cura la presenza del prossimo, che è disponibile ad offrire un aiuto spirituale, di conforto, materiale…….che è presente una Parrocchia ed un Oratorio pieni zeppi di iniziative e di attività, aperte a tutti, per ogni età e per ogni esigenza, insomma vorremo divulgare il messaggio di fratellanza e di vicinanza che nel Vangelo trasudano da ogni pagina.

La formazione

Sono previsti due momenti formativi nei weekend del 13-14 febbraio 2016 e 30 aprile 01 maggio 2016.

Questi incontri si terranno in Oratorio da un’equipe di laici che ci daranno qualche spunto e qualche suggerimento circa le modalità con cui approcciarsi alle famiglie…….va ricordato che questi momenti formativi sono aperti a TUTTI, per aiutare ognuno a capire come “rompere il ghiaccio”. Ma la partecipazione a questa formazione NON sarà vincolante all’obbligo di essere poi Missionari. Si spera comunque che possa servire a tanti per sentirsi motivati a divenire Missionari ed eventualmente sciogliere dubbi e perplessità.